7) Strauss. La filosofia tedesca rivela il significato vero del
Dio-uomo.
Secondo Strauss la filosofia tedesca ha dimostrato che il
significato profondo della figura di Cristo costituisce la
certezza materiale che Dio  l'uomo e l'uomo  di natura divina.
Il Dio-uomo racchiude con certezza in un solo essere l'essenza
divina che risiede nell'infinito e quella umana che risiede nel
finito; e quindi egli deve morire, ma anche risorgere.
D. F. Strauss, La vita di Ges o Esame critico della sua storia,
volume secondo (vedi manuale pagine 8-9).
Gi Kant aveva detto essere il principio del bene invisibilmente
disceso dall'alto del cielo in seno all'umanit, non gi solamente
in una data epoca, ma sino dalla origine del genere umano:
Schelling, dal suo lato, stabil il principio che l'incarnazione
di Dio  una incarnazione ab eterno. Ma, mentre con questa
espressione il primo aveva semplicemente inteso la disposizione
morale insita dalla origine nel cuore dell'uomo, in uno
coll'ideale che la dirige colla possibilit di raggiungerlo, - il
secondo intendeva per il figlio di Dio fatto uomo, il finito
stesso quale esso cade sotto la coscienza dell'uomo, e che, nella
sua distinzione dall'infinito, con cui, pur nondimeno, forma una
sola cosa, ci appare quale un Dio paziente e soggetto alle
condizioni del tempo.
Nella filosofia pi moderna tale concetto fu sviluppato nel
seguente modo. Se Dio  detto Spirito, ne risulta che, essendo
spirito anche l'uomo, l'uno e l'altro non sono per se stessi
diversi.
[...] La vera e reale esistenza dello spirito non  adunque n Dio
in s n l'uomo in s, ma  il Dio-uomo; essa non  n la sua
infinit sola n la sola sua natura finita, ma  il movimento per
il quale egli si d e si ritira dall'una all'altra, movimento che
dal lato divino  la rivelazione, dal lato umano la religione.
Se Dio e l'uomo formano una cosa sola in s, e se la religione 
il lato umano di questa unit, questa unit deve nascere per
l'uomo nella religione, cadere sotto la sua coscienza e divenire
realt. Senza dubbio, fino a tanto che l'uomo non sa ancora di
essere spirito egli stesso, egli non pu neppur sapere che Dio 
uomo; fino a tanto ch'egli sar ancora spirito naturale, egli
deificher la natura; e come spirito soggetto alla legge, il quale
da principio signoreggia la propria naturalit solo con mezzi
estremi, egli porr davanti a s Iddio quale legislatore. Ma
quando una volta le strette della storia del mondo questa
naturalit e questa legge abbian compreso la prima la sua
corruzione, la seconda le sue sventure, quella sentir il bisogno
di avere un Dio che la sollevi al di sopra di se stessa; questa di
averne uno che discenda fino a lei. Dal momento che la umanit 
abbastanza matura per far di questo vero: Dio  l'uomo e l'uomo 
di natura divina la religione propria, egli  d'uopo, essendo la
religione la forma sotto cui il vero divien propriet della
coscienza comune, che quel vero appaia in modo intelligibile a
tutti, come una certezza materiale, - vale a dire, egli  d'uopo,
surga un individuo umano il quale si sappia essere il Dio
presente. In quanto questo Dio-uomo racchiude in un solo essere la
essenza divina che risiede dal lato dell'infinito e la personalit
umana che risiede dal lato del finito, ben si pu dire di lui
ch'egli ha lo spirito divino per padre e una madre umana. In
quanto la sua personalit si riflette non in se stessa, ma nella
sostanza assoluta, e non vuol essere nulla per s, ma vuol essere
soltanto per Dio, egli  senza peccato e perfetto. Come uomo di
essenza divina egli  la potenza che domina la natura ed opera
miracoli; ma come Dio, manifestato umanamente, egli  dipendente
dalla natura, sottoposto ai bisogni ed ai patimenti che questa
impone: egli si trova nello stato di abbassamento. Dovr anch'egli
pagare alla natura l'ultimo tributo? La necessit che assoggetta
la natura umana alla morte non impedisce essa forse di ammettere
che tale natura formi una cosa sola colla natura divina? No:
l'uomo-Dio muore e con ci dimostra che Dio si  incarnato sul
serio, ch'egli non ha sdegnato discendere sino alla profondit pi
intima della natura finita perci ch'egli possiede il mezzo di
uscire da quell'abisso e far ritorno a se stesso, - di rimanere a
se stesso identico, anche nella pi completa alienazione di s,
havvi di pi: l'uomo-Dio essendo lo spirito che si  riflesso
nella sua infinit,  opposto agli uomini che sono racchiusi nella
loro natura finita: di qui, una opposizione e una lotta onde la
morte dell'uomo-Dio dovr apparire violenta e data per mano dei
peccatori, - s che ai patimenti fisici si aggiungeranno i
patimenti morali cagionati dalla ignominia e dalla imputazione del
delitto. Se per tal guisa Dio trova il cammino dal cielo fino alla
tomba, bisogna che l'uomo a sua volta possa trovare il cammino
dalla tomba fino al cielo: la morte del principe della vita  la
vita dell'essere mortale. Gi, per il solo fatto del suo ingresso
nel mondo in qualit di uomo-Dio, Dio si  mostrato riconciliato
col mondo; ma egli  andato pi oltre: cancellando con la morte la
sua naturalit egli ha additato la via per la quale egli effettua
eternamente la riconciliazione: e tale via consiste in ci che,
alienandosi fino ad assumere la naturalit e sopprimendo poi tale
alienazione, egli rimane, per questa perpetua alternativa,
identico con s. La morte dell'uomo-Dio non essendo che la
cessazione dell'alienazione sua, , in fatto, innalzamento e
ritorno verso Dio: per conseguenza la morte  essenzialmente
seguita dalla risurrezione e dall'ascensione.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciottesimo, pagine 876-878.
